La Primula Palinuri - il fiore simbolo del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano
Il logo del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano
carrube

Il territorio del Parco Nazionale del CilentoLe aree protette del Parco Nazionale del CilentoI musei del Parco Nazionale del CilentoSiti Archeologici del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di DianoItinerari del Parco nazionale del CilentoFlora del Parco Nazionale del CilentoFauna del Parco Nazionale del CilentoFigli e ospiti illustri del CilentoStoria del Parco Nazionale del CilentoMiti e leggende del Parco nazionale del CilentoProdotti tipici del CilentoRicette del CilentoTradizioni del Parco Nazionale del Cilento

Il Borgo di Santa Barbara

il borgo di santa barbaraNel mezzo del Cilento, alle pendici del Monte Sacro, lungo le sponde del fiume Bruca. Le fonti lo vogliono sorto per mano di monaci italo-greci provenienti da Oriente che scappavano dalle persecuzioni. La nascita dell’abitato è, quasi con certezza, da spostare più indietro nel tempo e precisamente al periodo antico. I Focei, infatti, usavano risalire quella che viene oggi denominata la “via del Sale” alla ricerca di legname per alimentare i loro cantieri navali e, in una di queste escursioni, probabilmente si stabilirono sulle sponde dei fiumi Bruca e Palistro. Il punto di partenza sicuro per la storia del piccolo paesino è il 1005. Risale a quell’anno, infatti, un diploma con il quale il principe di Salerno Guaimaro III donò all’abate di Cava il monastero di Santa Barbara. Una pergamena del 6 maggio 1149 di papa Eugenio III riconosce all’abbazia cavense il cenobio di Santa Barbara “ubi cerasus dicitur” (dove si dice Ceraso) notizia confermata alcuni anni dopo da papa Alessandro II. Il paese venne sconvolto dalla peste che dilagò nel 1656 e che decimò gli abitanti. Le conseguenze di tale epidemia si fecero sentire a livello di devozione cosicché, ancora oggi, si venera San Roccosan rocco. Il santo di Montpellier, infatti, è protettore degli appestati e venne invocato con molta frequenza durante la pestilenza del ‘600. L’Ottocento barbarese è stato contraddistinto, come gran parte del Mezzogiorno, dal dilagare del brigantaggio. Nel 1805 e nel 1810, infatti, alcuni briganti sconvolsero la tranquillità del luogo uccidendo alcuni ragazzi. La legge Pica del 1863 riuscì, come del resto in tutto il sud, a fermare tale piaga ma non ad arrestare le leggende sorte intorno a questi uomini. Ancora oggi si narra del fantomatico “bandito Cicchillo” e delle sue ricchezze, sottratte nelle molteplici scorribande, e conservate in una grotta sulle colline barbaresi. Famoso è “o cantone ca sona” (il masso, la pietra che suona) e “aorecchia mozzata” (l’orecchio tagliato) elementi diventati mitici nelle storie locali. Il secolo XIX ha visto inoltre le gesta dei due più illustri abitanti di Santa Barbara: Tiberio Testa (1761-1848) e suo figlio Felice (1815-1875) ottimi letterati ed esimi uomini di cultura. Il fiore all’occhiello di Santa Barbara era la chiesa intitolata al santo patrono “Chiesa di sant’Elia profeta”. Oggi questa non è più visibile. Il pomeriggio del 22 febbraio 1958, infatti, un fulmine si abbatté sul campanile che cadde sulla chiesa abbattuta anch’essa alcuni anni dopo. Tutti gli arredi liturgici, i pregiati marmi, calici, pissidi, turiboli, vennero portati alla badia di Cava dove ancora oggi sono visibili aggiungendosi, così, alle spoliazioni praticate dall’abate di Cava. Questi, già nel 1938, aveva sottratto un prezioso paramento in seta e coralli. In ricordo della chiesa caduta, ma soprattutto come devozione per la protezione accordata ai suoi figli, in paese il 22 febbraio si festeggia Santa Barbara. La vergine di Nicodemia, come tutti sanno, viene invocata come protettrice contro i fulmini. La vecchia chiesa era datata XIV sec. anche se i motivi arabeggianti nella cupola del campanile sono tipici del Romanico campano e trovano riscontro nel campanile del Duomo di Caserta vecchia, nel Duomo di Salerno e quello di Ravello. Tutto questo propende per una datazione dell’edificio agli anni intorno al 1100. Il campanile in questione, simile a quello ancora oggi visibile della chiesa di Massa della Lucania, era il più alto di tutto il Cilento, testimonianza questa di come tale elemento architettonico accrescesse l’unicità della chiesa. Tra i beni architettonici del paese una menzione speciale merita il Palazzo Testa-Ferrara un edificio del XVIII sec. dove il senso di maestosità e grandezza è accresciuto dall’uso delle due colonne in pietra locale. In paese si venerano tre santi: S. Elia profeta (20 luglio), S. Rocco (16 agosto), S. Barbara (4 dicembre e 22 febbraio). Non solo religiosità ma anche una notevole componente popolare. Il paesino, infatti, è contraddistinto da molteplici credenze sul malocchio e una buona quantità di storielle inerenti le streghe cose che mal si sposano con l’impostazione cattolica della gente. I rituali contro il malocchio sono svariati. Si va da parole occulte da tramandare ai posteri solo durante la notte di Natale. Oppure segni della croce, gocce d’olio, coltelli e forbici capaci di spezzare la fattura. Durante una chiacchierata con alcune persone anziane del luogo, tra i quali Caringi Giulio, ho sentito narrare di strane storie di stregonerie. Mi diceva, infatti, come abitasse in paese una strana signora che, a quanto sembra, usava ungersi il corpo con un olio magico e professare queste parole “Sotta l’acqua e n’goppa o viento sotta a Noce re Veneviento”. Una volta compiute queste azioni si librava in aria a cavallo della scopa e andava ad adorare il Diavolo ai piedi dell’albero simbolo della stregoneria meridionale: il noce di Benevento. Una notte, però, venne spiata da un prete che l’indomani sostituì l’olio magico con olio di oliva. La donna a sera rinnovò il macabro rituale ma appena cercò di librarsi in aria lanciandosi dal suo tetto, di colpo cadde e morì. scopa di saggina posta dietro l'uscioRaccontano di come all’imbrunire, rientrando a casa dal lavoro nei campi, le persone più anziane usassero gettare nel loro cammino gocce di olio, che portavano sempre con sé. Compivano questo rituale: “per evitare che li rapissero le streghe”. Erano soliti usare l’olio perché, secondo le loro credenze, erano convinti che su questo le streghe scivolassero. Altra pratica usata era il mettere una scopa dietro la porta prima di andare a dormire. Nel caso le streghe fossero riuscite ad entrare, vista la scopa, si sarebbero intrattenute a contare tutti i fili componenti la stessa. In questo modo le megere avrebbero consumato tutta la notte e quindi fattasi mattina sarebbero dovute tornare alle loro case. Si racconta, inoltre, di come i genitori, i nonni, le persone più anziane, rinchiudevano i figli nelle case, li nascondevano. Erano convinti che li potessero rapire le streghe da un momento all’altro e che le vecchie adoratrici di Satana entrassero in casa e spezzassero le ossa ai bambini gettandoli “inda o stuppieddo”, un recipiente usato come unità di misura. Si narra di come le case e i portoni fossero infestate da “o monaciello” quello che, nell’immaginario collettivo, è un demone della casa caratterizzato da un insolito spirito giocoso. Le parole non esprimono il senso di quello che è Santa Barbara. È solo il respirare la brezza mattutina, l’abbeverarsi alla fonte Acquafredda, le lunghe escursioni in collina alla ricerca di funghi ed asparagi che aiutano a capire...

Condividi questo articolo:

Prossimi eventi

0razio Lembo . 22 Novembre 2012
In occasione del Natale 2012 torna puntuale "Mercatoinfesta", Mostra Mercato di artigianato e di sap...
0razio Lembo . 22 Novembre 2012
La Sagra del Fagiolo fa emergere dal passato le antiche taverne e con esse i personaggi caratteristi...
0razio Lembo . 22 Novembre 2012
Lungo le vie del suggestivo centro storico di Perito, un unico e intenso profumo di pietanze tipiche...
0razio Lembo . 11 Giugno 2012
La Transmarathon è una corsa estrema a tappe sui sentieri e sulle strade del Parco Nazionale del ...
0razio Lembo . 11 Giugno 2012
Durante la seconda guerra mondiale, tra il 28 ed il 29 marzo 1941 nelle acque a sud del Peloponneso,...