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Giuseppe "Ninco Nanco" Summa

Giuseppe "Ninco Nanco" Summa Giuseppe "Ninco Nanco" Summa è stato uno dei Capo Briganti più terribile. Il suo nomignolo si dice derivasse dall'essere balbuziente. Già nel 1860 era stato condannato alla fucilazione per omicidio ma grazie all'amnistia si salvò. Le sue fortune maggiori derivarono dall'incontro con il Generale Crocco che lo mise a capo di una delle sue Bande che soleva riunire solo per le operazioni più rischiose. Sul petto portava tantissime medaglie e pur essendo ignorante e molto violento era dotato di grande intelligenza ed intuito. Sapeva anche scegliersi gli amici giusti e al di sopra di ogni sospetto. Nel marzo del 1864 i Carabinieri e la Guardia Nazionale da loro informatori vennero a sapere che Ninco Nanco ed altri due briganti (Lo Russo e Mangiullo) si trovavano in una pagliaia nei pressi di Avigliano Ninco Nanco dopo un accenno di resistenza si arrese, ma quando i carabinieri cercarono di mettergli le manette da una mano ignota partì un colpo di pistola che lo uccise. Forse fu la mano di qualcuno che voleva impedire che il brigante potesse fare delle rivelazioni compromettenti, in ogni modo il segreto ancora oggi non è stato svelato.

Sergente Pasquale Domenico Romano

Sergente Pasquale Domenico Romano Il Sergente Pasquale Domenico Romano rappresenta, probabilmente, l'immagine più romantica del brigantaggio. Nacque a Gioia del Colle il 24 agosto 1833 da una famiglia di pastori, nel 1851 si arruolò nell'Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera diventando appunto Sergente.

Con l'invasione piemontese e disciolto l'Esercito Borbonico divenne subito comandante del comitato clandestino borbonico del paese natio. Vista però la mancanza di azione del comitato, decise di iniziare la lotta armata. Riuscì a riunire i compagni d'armi borbonici creando la sua prima banda, le prime operazioni, contro la Guardia Nazionale ed i regolari piemontesi erano mirate a procurarsi armi e munizioni. Il 28 luglio 1861 irruppe in Gioia del Colle costringendo i piemontesi ad abbandonare la città, bisogna dire che per la riuscita dell'azione fu molto importante la partecipazione alla battaglia dei cittadini i quali non nascondevano la propria ammirazione per il Segente. Bisogna dire che le truppe piemontesi e la Guardia Nazionale per vendicarsi si accanirono contro la sua famiglia ed agli amici più cari, questo procurò nel Romano un astio ancora maggiore contro gli "invasori". Unita la sua banda con quella del Generale Crocco Carmine Donatelli, nel 1862, bloccò le strade di accesso dapprima per Andria e Corato poi quelle fra Altamura e Toritto tendendo imboscate sia all'esercito che alla Guardia Nazionale. Inoltre vennero distrutte le masserie di liberali ed ex garibaldini della zona, seminando il panico e facendo strage tra i "traditori del Popolo meridionale". Tutti questi episodi fecero concentrare gli sforzi dell'esercito piemontese e della Guardia Nazionale a reprimere la banda del Sergente Romano. Il 1 Dicembre 1862 il Sergente commise un grave errore, bivaccando presso la solita masseria dei Monaci, dove frequentemente, essendoci una cappella, faceva servire pure messa, ritenne inutile mettere delle sentinelle e questo fece avere vita facile al reggimento di fanteria Sabaudo che potè attaccare facilmente, ma il Sergente insieme a pochi altri superstiti riuscì a fuggire. Pur riuscendo ad arruolare altri uomini e a ricominciare con piccoli attacchi a combattere l'esercito Sabaudo, ormai era braccato pericolosamente ed il 4 gennaio 1863 venne intercettato nei boschi presso la natia Gioia del Colle e la sua eroica resistenza fu vana infatti i piemontesi lo uccisero, si dice che prima dell'ultimo respiro riuscì a gridare EVVIVA O RRE! (riferendosi a Francesco II). Il suo corpo spogliato della divisa Borbonica fu caricato sopra un mulo ed esposto in Gioia del Colle per un intera settimana. Con lui finì anche il brigantaggio in Puglia.

I piccoli musei del Cilento, scrigni di cultura materiale ed immateriale

ortodonico museo dell'olioNel Cilento, testimonianze importanti del suo passato, sono custodite nella rete dei Musei della civiltà contadina, dove il visitatore può scoprire nei percorsi di cultura materiale ed immateriale, l’anima antica di un popolo, che ha tramandato oralmente tutto di sé, di generazione in generazione. Ad Ortodonico, piccola frazione del comune di Montecorice, le testimonianze museali, riguardano soprattutto la civiltà dell’olio ed il “tradizionale rituale” della sua estrazione. Le macine, le capiforche, gli ziri rappresentano un non comune percorso di cultura materiale da visitare, da vivere e da gustare attraverso l’olio, vero e proprio oro in gocce, ed attraverso un tuffo nella natura silenziosa, seguendo percorsi eco museali, dove incontrarsi ed incontrare l’ulivo secolare, vecchi mulini e sentieri significa scoprire tanti piccoli paesi dell’anima, dove è ancora bello vivere… per quell’inconfondibile fascino di natura e di umanità profonda, difficile da scoprire, ma proprio per questo ancora più intrigante!

 

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Il Brigantaggio nel Cilento

brigantiDopo l'unità d'Italia nel Cilento, coerentemente con quanto avveniva in tutto il territorio dell'ex Regno delle Due Sicilie, si registrarono intense attività reazionarie volte a contrastare l'invasione piemontese portatrice di sciagure e di miserie.

Per comprendere il fenomeno che interessà questa regione è utile aprire una breve parentesi storico - sociale. Giov. Ant. Rizzi Zannoni, Provincia di Salerno, Napoli, 1806-1808.

In questa regione, come in altre del Regno, il governo Borbonico offriva la possibilità ai contadini di coltivare e gestire le terre demaniali, in modo da essere possessori di terreni e non braccianti al soldo dei ricchi proprietari terrieri. Questo usufrutto delle terre demaniali prendeva il nome di "Usi Civici", e garantiva ai meno ricchi una certa tranquillità economica. I cilentani sanno bene che un tempo non molto lontano le terre erano coltivate intensamente, i cui prodotti (grano e vino) venivano esportati in grosse quantità, rendendo questo territorio prospero e ricco. Essere possessore e non possidente, però, lasciava un certo senso di precarietà, in quanto il contadino poteva perderela capacità di sfruttamento della terra se la lasciava per un certo tempo abbandonata oppure se non aveva eredi maschi. A questa precarietà e al desiderio di un'assegnazione proprietaria definitiva di quei terreni demaniali di cui erano da secoli possessori, i giacobini prima e i liberali poi, fecero appello per animare i cilentani alla rivolta contro i Borbone.

Nacquero e si svilupparono delle sette locali che illudevano le masse popolari di poter risolvere problemi "ignorati" dalle istituzioni. Queste sette, tra cui famosa è la setta "Fratellanza", avversarono profondamente i Borbone, contro i quali congiurarono duramente fino ad arrivare a programmare l'insurrezione cilentana del 1828 e del 1848, attuando contatti segreti con i più noti cospiratori del Cilento; in entrambi i casi il governo Borbonico riuscì a sedare la rivolta procedendo a numerosi arresti.

C'è da sottolineare però un aspetto: da testimonianze e racconti dell'epoca si evince che questi gruppi di liberali si dileguavano alla vista delle divise borboniche, cosa che invece, pochi anni dopo non accadde dinanzi alle divise piemontesi; analoga osservazione si può fare sui "volontari" garibaldini del Sud che dinanzi ai soldati napoletani preferivano andare via piuttosto che combattere.

Queste osservazioni inducono a riflettere su quanto effettivamente fosse recepito come "tirannico" il governo Borbonico dalle popolazioni meridionali, e quanto invece fu recepito come tale quello piemontese; nel primo caso non valeva la pena rischiare la vita, nel secondo divenne una questione di onore metterla al repentaglio in nome della Libertà (quella vera, di indipendenza duosiciliana).

Filippo Patella, patriota cilentanoTra il 1857 e il 1859 inoltre si registrò un'intensa attività anti - borbonica con l'organizzazione di numerosi centri e comitati rivoluzionari che interessarono molti pacifici paesi del Cilento; l'azione repentina della polizia fece però allentare l'attività messa in atto dai cospiratori liberali. Il nome di Garibaldi era sulla bocca di tutti e si aspettava con ansia "l'eroe", al cui seguito erano cinque cilentani: Michele Magnoni, Filippo Patella,Giuseppe Tardio, Leonino Vinciprova e Michele Del Mastro. I patrioti rimasti in provincia preparavano le armi e reclutavano quante più persone fosse possibile.

Con la proclamazione dell'unità d'Italia, si determinò una crisi lunga e profonda. Purtroppo però per i cilentani, sia nel caso dei giacobini della Repubblica Partenopea, sia nel caso dei liberali, la distribuzione delle terre ai contadini fu soltanto sterile propaganda bugiarda e meschina. Difatti i giacobini non fecero altro che mettere all'asta le terre demaniali, andando così ad ampliare i latifondi e aumentare il divario tra i ricchi e i poveri; analoga sorte ebbero le terre demaniali all'indomani dell'unità d'Italia: assegnate alle sole classi della aristocrazia e dell'alta borghesia.

Pertanto il fenomeno del Brigantaggio nel Cilento, come del resto in tutto il territorio dell'ex Regno, è da ascriversi ad una reazione verso l'invasore bugiardo che promise la distribuzione delle terre ai contadini per accattivarne le simpatie, e invece si dimostrò dalla parte di quei "signori" che professandosi come "liberali" anti-borbonici altro non desideravano che arricchirsi sfrenatamente ai danni dei più poveri e dei più deboli. A conferma di ciò basti riflettere sul fenomeno emigratorio, sconosciuto prima dell'unità d'Italia, ma tristemente noto ai meridionali proprio a partire dalla costituzione di questo nuovo Regno, improntato sulla speculazione, sullo sfruttamento, su una repressione sanguinaria e violenta del tutto sconosciuta alle pacifiche popolazioni meridionali.

Nell'agosto del 1861 una legge unificava il debito pubblico del Regno Sardo, che era il doppio di quello di Napoli; questa fu una delle tante manovre che inducono oggi, affrontando la Storia con minore superficialità, a parlare di "colonizzazione" del Sud, tesi supportata anche dalla caduta dei prezzi agricoli, dalla sistematica chiusura delle industrie domestiche ed industriali, che avevano rappresentato l'asse portante dell'economia. Con un'operazione lenta ma inesorabile, siamo diventati da grandi produttori (avevamo la prima flotta mercantile del Mediterraneo) a sterili consumatori.

Negli anni '70 del 1800 arrivò per l'economia agricola il colpo finale: il regno d'Italia per proteggere la nascente fabbrica settentrionale dalla concorrenza straniera pensò bene di aumentare i dazi doganali delle merci importate dalla Francia,è cosa che spinse quel Paese a fare lo stesso con i prodotti agricoli importati dall'Italia, che guarda caso erano prodotti per la maggior parte meridionali (grano e vino). Per cui anche l'agricoltura, che a stento era riuscita a sopravvivere all'invasione piemontese, si piegò e il flusso migratorio di contadini ormai ridotti alla fame, verso terre lontane divenne un vero e proprio esodo.

LGiuseppe Tardioe speranze, quindi, andarono deluse, perchè a quella unità non corrispondeva l'unità degli italiani. Il popolo viveva la situazione come una vera e propria occupazione, con tanto di aumento indiscriminato di tasse e balzelli, acuita dal disprezzo dell'invasore verso la Chiesa e il sentimento religioso dei meridionali, tacciati di fanatismo.

Per molti cilentani il brigantaggio fu considerato l'unica forma di protesta e di ribellione all'autoritarismo del governo postunitario, tra di essi ricordiamo Giuseppe Tardio , capo della banda di cui facevano parte Esposito Giuseppe di Centola e Pietro Lucido Rubano, che, nei primi giorni di febbraio del 1862, si recò con altri a Centola per porsi a capo di quella famosa banda che aveva partecipato alla reazione borbonica nell'agosto del 1861. Così il Rubano ed il Tardio, e centinaia di loro adepti, invasero diversi centri cilentani. L'ultimo saccheggio avvenne a Caselle in Pittari, dove la banda fu sgominata.


Lorenzo Degl'Innocenti

http://www.neoborbonici.it/portal - Associazione culturale Neoborbonica

 

visitate tutti i nostri articoli sul brigantaggio:

Giuseppe Tardio, l’avvocato-brigante

Carmine Crocco, Il Generale 

Marianna Oliviero detta Ciccilla

Michelina De Cesare

Filomena Pennacchio

Maria Giovanna Tito

Luisa Cannalonga

Sergente Pasquale Domenico Romano

Giuseppe "Ninco Nanco" Summa

Gaetano Manzo

I Capozzoli

Canzoni cilentane dei partigiani borbonici

Luisa Cannalonga

Contadina di Serre, madre del capobrigante Gaetano Tranchella. Manifestava antipatia per Garibaldi, ed aveva inculcato quest'odio nell'animo dei figli Rosario e Gaetano. Dei due, Rosario finì presto in galera; Gaetano divenne capo di una banda di cui la madre era l'effettiva organizzatrice. Già imputata nel 1862 di corrispondenza con banda armata, somministrazione di viveri ed alloggio, fu successivamente assegnata a domicilio coatto quale "sospetta manutengola di brigantaggio", per deliberazione della Prefettura di Salerno.

All'isola del Giglio Cannalonga incontrò altre donne compromesse con il brigantaggio, Giovannella Mazzeo la donna di Giuseppe Sofia, Angela Iacullo fidanzata di Vito Palumbo, Sofia Martuscelli favoreggiatrice e spia, ed altre. Quando Gaetano Tranchella venne ucciso il 14 agosto 1864, cessò la ragione del domicilio coatto e Luigia Cannalonga venne rilasciata. Non ritornò a Serre, fece perdere le sue tracce. Andò sulla montagna dove era stato il figlio, e qui trovò una giovane donna che ne era diventata l'amante ed aveva da poco partorito. Con la nuora e la nipotina rientrò finalmente a Serre, ed il Prefetto di Salerno annotava sul fascicolo: "27 marzo 1865, essendosi rinvenuta la sunnominata Cannalonga, è cessato il bisogno di continuare le pratiche". Così Luigia Cannalonga potè presentarsi a testimoniare nel processo contro i briganti Rosario e Gennaro Passamandi.

http://www.brigantaggio.net/


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