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Maria Giovanna Tito

Filomena Pennacchio , Giuseppina Vitale , Maria Giovanna Tito , rispettivamente compagne di Schiavone , Sacchetiello e CroccoMaria Giovanna Tito costretta a seguire la banda [Crocco] si era data al brigantaggio ed era diventata l'amante di Crocco. Da allora lo seguì fedelmente e gli fece dimenticare la moglie Olimpia, che però si consolò unendosi a Luigi Chiavone. Poi la Tito fu abbandonata da Crocco, che si era invaghito della vivandiera della banda Sacchittiello. Pur unita a Sacchittiello, la Tito continuò ad operare alle dipendenze di Crocco, fino al 1864, quando fu arrestata su delazione di Filomena Pennacchio unitamente a Sacchettiello ed al suo luogotenente Francesco Gentile.

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Filomena Pennacchio

Filomena PennacchioNata a Caselvecchio di Puglia nel 1845, all'età di 18 anni dopo aver ammazzato il marito, si diede al brigantaggio unendosi, di volta in volta, con le bande di Caruso, Ninco-Nanco e Schiavone, dei quali fu anche l'amante. Fu arrestata il 29 novembre 1864 nei pressi di Melfi (PZ).

La Pennacchio, il cui vero nome era Filomena De Marco, aveva sposato, giovanissima, un impiegato di cancelleria del tribunale di Foggia. Per la gelosia del marito, perché era "bella, occhi scintillanti, chioma nera e cresputa, profilo greco" (secondo la descrizione lasciatane dal De Witt), ed i conseguenti maltrattamenti, stanca alla fine, conficcò nella gola del marito un lungo spillo d'argento e se ne liberò. Ma doveva liberarsi anche lei dall'arresto, e si nascose nel bosco di Lucera, dove incontrò il brigante Giuseppe Caruso, e ne divenne amante. Ma divenne anche un'intrepida combattente ed una sanguinaria brigantessa. Anche Crocco la insidiava, e ci fu un duello rusticano tra Caruso e Crocco. Poi ci fu l'incontro con Giuseppe Schiavone, che per lei abbandonò Rosa Giuliani.

Michelina De Cesare

Michelina De CesareCatturata durante un combattimento contro preponderanti forze nemiche e sottoposta a crudeli torture per costringerla a svelare le posizioni della resistenza locale preferì la morte al tradimento. Fulgido esempio di amore di Patria e di fedeltà alla Resistenza contro l’invasore piemontese. Monte Morrone, Mignano, 30 agosto 1868.

Michelina De Cesare nacque a Caspoli (Mignano Montelungo) il 28 ottobre del 1841 e quando avvenne l’invasione piemontese aveva appena vent’anni. Era una bellissima ragazza e fu in quel periodo che conobbe Francesco Guerra, uno dei più temuti capi della guerriglia in Terra di Lavoro, aggregandosi al gruppo da lui comandato.

Francesco Guerra, nato a Mignano il 12 ottobre 1836, era stato sergente dell’Armata delle Due Sicilie e aveva partecipato alle battaglie del Volturno nel 1860. Disciolto l’esercito duosiciliano, si aggregò ai guerriglieri legittimisti che combattevano contro i piemontesi, divenendo in breve tempo il comandante di un fortissimo gruppo. In quegli anni l’intero Sud era in rivolta nel tentativo di riportare sul trono Francesco II. Le formazioni partigiane erano oltre 500 e resistevano strenuamente contro l’intero esercito invasore.

La tattica adottata dalla banda Guerra fu quella tipica della guerriglia, evitava cioè il contatto con forze preponderanti e agiva solo in condizioni di sicurezza. Quando veniva intercettato dalla truppa nemica, il gruppo si divideva per riunirsi dopo in un punto precedentemente designato a seconda delle località attraversate. Francesco Guerra faceva eseguire sempre dei rapidi spostamenti, di regola notturni, posizionandosi in altre regioni confinanti.

Michelina, in seguito, si sposò segretamente con Francesco nella chiesa di Galluccio e con lui partecipò ad ogni combattimento del suo gruppo. Fu assai impavida e con il suo formidabile intuito riuscì numerose volte a prevenire gli attacchi e le imboscate del nemico. Ma non riuscì a prevenire la vigliaccheria dei traditori.

Dopo circa sette anni di strenua lotta che inflisse molti danni alle truppe nemiche, nella notte tra il 30 e il 31 agosto del 1868 Francesco Guerra e Michelina De Cesare, in sosta in una masseria alle pendici di Monte Morrone con altri due guerriglieri, Giacomo Ciccone e Francesco Orsi, furono circondati di sorpresa da un reparto del 27° fanteria comandati dal maggiore Lombardi. Le truppe nemiche erano state guidate da una spia del luogo ed erano riuscite nel loro intento anche perché favorite da un fortissimo temporale. Francesco Guerra fu ucciso alla prima scarica della fucileria piemontese, gli altri furono uccisi durante la fuga.

Michelina, rimasta ferita, fu catturata e poi torturata allo scopo di conoscere la posizione degli altri guerriglieri. Morta a causa delle atroci sevizie subite, fu spogliata ed esposta il giorno successivo nella piazza del paese di Mignano come monito alle popolazioni "liberate" insieme ai cadaveri di Francesco Guerra, Giacomo Ciccone e Francesco Orsi, quest’ultimo quasi irriconoscibile per il massacro a cui era stato sottoposto.

L'effetto di questo macabro spettacolo sulla gente inorridita dall'efferato avvenimento fu opposto a quanto avevano in animo i barbari piemontesi, tanto che la guerriglia nella zona riprese con più vigore di prima.

 

Maria "Ciccilla" Oliviero

Maria "Ciccilla" OlivieroMaria o Marianna Oliviero detta Ciccilla sposò Pietro Monaco. Questo suo matrimonio era stato preceduto da una tragedia. Il Monaco aveva già sposato Concetta Oliviero, sorella di Ciccilla, ma le sue attenzioni erano per Ciccilla non per la moglie Concetta, e Ciccilla folle di gelosia, attrasse in inganno la sorella in casa e la uccise a coltellate. Poi raggiunse il suo uomo e divenne brigantessa, prendendo parte a sequestri ed uccisioni. Fra l'altro, i coniugi briganti sequestrarono il vescovo di Nicotera e il canonico Benvenuto; riuscirono ad arraffare 15.000 ducati, ma, durante un conflitto con la Gguardia Nazionale, i due religiosi riuscirono a fuggire. La banda ne aveva fatte tante che alcuni gregari si lasciarono convincere a far fuori il capo. Pietro Monaco infatti fu ucciso, e Ciccilla, benchè ferita, fuggì per la campagna, Divenne lei il capo della banda. Catturata infine da un reparto del 58° fanteria comandato dal capitano Dorna, fu rinviata a giudizio e condannata a morte dal tribunale di Catanzaro, pena commutata in quella dei lavori forzati. Fu una brigantessa "bella e crudele", come raccontavano i suoi paesani, donna di fede con "carattere di comando". …….. Maria Oliviero preparò la catasta di legna per bruciare il corpo del marito, come si usava per i briganti uccisi in combattimento, ed al capitano Dorna disse: "se non era per quel traditore, anche con Pietro Monaco morto la banda restava, la guidavo io Maria Oliviero moglie di Monaco". Arrestata fu deferita, al tribunale di Catanzaro, dove arrivarono altre brigantesse tutte vestite in nero. La gente di Calabria cantava: "la fimmina di lu brigante Monaco murìu, lu cori comu na petra mpttu tinia". L'amore spinse Maria Oliviero al brigantaggio. Sua sorella Concetta era stata moglie amante di Pietro Monaco, e Maria non glielo perdonò, la uccise, e, con uno scoppio e con vestiti maschili, si mise su un mulo e raggiunse il suo uomo.

   


da: "Brigantaggio e Risorgimento - legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia" Guida Ed., Napoli, 2000

Carmine Crocco, il " Generale"

carmine crocco donatelli

« ...E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà.... ... »

(Carmine Crocco)

 

Carmine Donatelli Crocco (Rionero in Vulture, 1 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905) è stato un brigante italiano . Si oppose alla conquista del Sud Italia da parte dei piemontesi nel periodo che va dal 1860 al 1870.

 

L'infanzia 

Carmine Donatelli Crocco nasce in una capanna di foglie e fango il 5 di giugno dell'anno 1830, in quello che era una paese di 10000 abitanti all'epoca: Rionero in Vulture. Figlio di Francesco Crocco Donatelli, pastore presso la ricca e nobile famiglia Fortunato e di Maria Gera di Santo Mauro, massaia tutta casa e famiglia, secondogenito di cinque figli ha la vita segnata all'età di sei anni, quando con il fratello Donato uccise un cane reo di aver mangiato un coniglio di famiglia. Il cane apparteneva ad un signorotto del paese che sapendo dell'accaduto picchiò Donato, la disgrazia volle che la madre incinta di cinque mesi si contrappose tra il signorotto e suo figlio subendo un forte calcio al ventre che la costrinse a letto per ben tre anni. Successivamente il signorotto, tale don Vincenzo, venne colto da alcuni colpi d'arma da fuoco senza subire nessun danno fisico, incolpato di tutto fu il padre di Carmine che venne imprigionato. Questo episodio segnerà per sempre la vita di Carmine Donatelli Crocco che diventerà poi il grande Crocco ancor oggi ricordato dalla maggiorparte dei cittadini lucani.

L'adolescenza

Con il padre in carcere ingiustamente, e una madre ormai divenuta pazza il giovane Carmine con il fratello Donato va a lavorare come pastore in Puglia, più volte ritornò a Rionero in quel periodo ma la madre non lo riconobbe mai. Il padre intanto veniva scarcerato dopo 31 mesi poiché palesemente non colpevole ma la sua rimaneva comunque una libertà condizionata. Crocco ha 15 anni, quando salva dalle acque dell'Ofanto un nobile del posto che gli regala 50 scudi e gli permette di ritornare nella sua amata Rionero dopo ben 5 anni di soggiorno come pastore in Puglia. Tornato a Rionero il giovane Carmine inizia a lavorare come contadino presso la masseria di un certo Lovaglio e qua conosce il figlio di colui che picchiò sua madre. Costui offrì al giovane Carmine la possibilità di non prestare il servizio militare. Disgrazia volle che il giovane venne assasinato e quindi colui che sarebbe diventato Crocco si ritrovò nell'esercito di Ferdinando II, nel primo reggimento d'artiglieria.

Il primo omicidio

Siamo nel 1851. Con la sorella a casa a lavorare per tante ore al giorno, Crocco riceve notizie della sua Rionero solo con le lettere della sorella stessa divenuta ormai maggiorenne. In una di questa la sorella parla di un tale don Peppino e di una certa Rosa che cercano di importunarla. Alla prima occasione utile Carmine torna a Rionero e, per vendicare quello che aveva subito la sua unica amatissima sorella Rosina, uccide con una pugnalata don Peppino. Dapprima rifugiatosi nella boscaglia, viene catturato e condannato. Da allora cominciò la sua vita da brigante.

Brigantaggio

Nel 1852 disertò e costituì con Ninco Nanco e Vincenzo Mastronardi una banda armata, che si insediò nei boschi di Monticchio e visse di rapine e furti fino all'arresto, avvenuto il 13 ottobre 1855. Fu condannato a 19 anni di carcere da scontare nel bagno penale di Brindisi, da cui evase nella notte tra il 13 e 14 dicembre 1859 tornando nei boschi di Monticchio.

Si unì quindi ai moti liberali di Rionero il 17 agosto 1860 sperando di ricevere la grazia. Tuttavia Decio Lordi, vicegovernatore, lo fece condannare per il sequestro di Michele Anastasia, avvenuto prima dei moti risorgimentali agostani. Con l'aiuto di alcuni amici, Crocco tentò la fuga verso Corfù ma venne sorpreso a Cerignola e nuovamente incarcerato. Evase nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1861 con l'aiuto del movimento legittimista rionerese, movimento a cui subitò aderì, con l'incarico di reclutare soldati rimasti fedeli ai Borbone.

Riuscì a riunire 400 o 550 briganti autonominandosi “generale del Re”. Il 7 aprile occupò il castello di Lagopesole e il giorno successivo Ripacandida, deve sconfisse la guarnigione locale della Guardia Nazionale. Crocco dichiarò subito decaduta l'autorità sabauda e ordinò che fossero esposti nuovamente gli stemmi e i fregi di Francesco II. Il 10 aprile i briganti entrarono a Venosa e la saccheggiarono, uccidendo tutti quelli che si opponevano alla loro autorità (tra cui il medico Francesco Nitti, nonno di Francesco Saverio Nitti). Anche qui fu istituita una giunta provvisoria.

Fu poi la volta di Lavello ed infine di Melfi (15 aprile), dove i suoi uomini precedentemente mandati provocarono una rivolta antisabauda e dove Crocco fu accolto trionfalmente. Quegli episodi impressionarono notevolmente il governo italiano che decise di inviare nuove truppe sotto il comando del generale Della Chiesa. Dopo numerosi scontri cadde anche la città natale del brigante. Insorgono anche molti paesi del materano e del lagonegrese.

Solo due giorni dopo però l'esercito di Crocco fu costretto a ritirarsi verso l'Ofanto a causa dei massicci rinforzi alla Guardia Nazionale inviati dal governo regio. Nei giorno successivi tutti i paesi insorti e occupati furono riconquistati, ristabilendo l'autorità sabauda. Crocco e la sua banda vissero nei boschi sperando in un provvedimento di clemenza. Dopo la disfatta, avvenuta sull'Ofanto il 25 luglio, fuggì nello Stato Pontificio, che aveva sostenuto la causa legittimista. Fu invece invece catturato a Veroli e incarcerato a Roma. Dopo la presa di Roma fu rilasciato alle autorità italiane e a Potenza fu condannato a morte l'11 settembre 1872. La pena fu commutata nei lavori forzati a vita, da svolgersi nel carcere di Portoferraio, dove morì il 18 giugno 1905.

Curiosità 

Carmine Crocco è il personaggio principale del cinespettacolo "La Storia Bandita" che si tiene ogni anno, durante i mesi estivi, nel Parco Grancia di Brindisi di Montagna (PZ). Nel 2005, per commemorare il centenario della morte di Carmine Crocco, l'Associazione Culturale SKENÈ di Rionero ha allestito la commedia popolare dal titolo "La Ballata del generale Crocco" scritta e diretta da Mauro Corona. Un altro spettacolo - rivisitazione storica dell'epopea brigantesca - degno di nota è quello che viene riproposto ogni anno, nel mese di luglio,a Rionero denominato "La Parata dei Briganti", dove si racconta la vita dei briganti, delle loro gesta e dei processi del 1870 e 1872 presso il tribunale di Potenza a Carmine Crocco.

Film 

Il documentario Carmine Crocco, dei briganti il generale racconta la vicenda del brigante di Rionero ricostruendo il clima di quegli anni. Scritto da Antonio Esposto e Massimo Lunardelli, é stato prodotto da Niccolò Bruna per Colombrefilm nel 2008.

Il film Li chiamarono... briganti! del 1999 narra una parte della vita di Crocco.

una lettera-ricatto del famoso Generale

da: wikipedia 

 

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