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Le torri costiere del Cilento


Quante volte, in viaggio sulla statale 267 del Cilento, che da Agropoli porta a Sapri, abbiamo scorto ora su alti poggi, ora sulla marina, ora sulla riva dei fiumi e ora negli abitati, torri di varia mole e di varia fattura.

La presenza di fortificazioni sulla nostra costa è da ricercarsi nella minaccia dei barbareschi che nei secoli XVI e XVII aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto un continuo incubo.

 



Villammare - Torre Petrosa

Villammare - Torre Petrosa

 

Sorgeranno così torri in tutti i punti strategici, dislocate, generalmente, ad un miglio l'una dall'altra.

Ma chi potenzierà al massimo il settore della difesa delle coste meridionali sarà il Viceré don Pietro di Toledo. Egli infatti emanerà un ordine per la costruzione di una catena ininterrotta di torri costiere situate sulle spiagge, sulle rupi e alle foci dei fiumi, perché in tempo di pericolo gli abitanti, avvertiti, potessero mettersi in salvo.

Il piano difensivo del Toledo, sarà portato a termine soltanto nella seconda metà del secolo XVI dal suo successore, Viceré don Parafan de Ribera.

L'ordine per la costruzione delle torri, da Agropoli fino a Policastro, fu emanato nel 1566, con il proposito di portare a termine il progetto del 1537, realizzato solo in parte, causa i molti ricorsi che le Università inoltrarono alla Regia Camera.

Tra la fine del secolo XVII e l'inizio del XVIII, sulla costa del Cilento erano state costruite ormai tutte le torri, in numero di 57, comprese nelle 379 costruite in tutto il Regno, e nelle 93 del Principato Citra.


Paestum - Torre Presso la spiaggia
Torre presso la spiaggia di Paestum


Quando ad edificare le torri furono le Università ed i privati, esse non conservarono uno stile uguale: quelle costruite nella prima metà del secolo XVI ebbero forma varia. Le altre, invece, costruite nella seconda metà dello stesso secolo, a carico della Regia Corte, furono tutte a forma quadrata, anche se di varia misura: più grandi le torri che, oltre a svolgere un ruolo di guardia e di avvistamento, avevano da assicurare anche e soprattutto quello di difesa.

Il carattere difensivo dei centri abitati del Cilento si nota anche in molte costruzioni private, munite di Torrini cilindrici e poligonali. Si veda Agropoli, Castellabate, Pollica, Pioppi e Casalvelino. In questi paesi alcune case hanno tutto l'aspetto di piccoli castelli.


Agropoli - Torre San Marco
Torre di S. Marco di Agropoli


Le torri si dividevano in cavallare o di allarme, di difesa e guardiole.

Le prime erano custodite da un uomo fornito di cavallo, il quale, in caso di pericolo piratesco, aveva il compito di dare l'allarme al più vicino posto militare. Di qui, con i fuochi o con suono di campana, partivano i segnali, al fine di avvisare la gente della zona perché, per tempo, potesse rifugiarsi nella torre stessa.

Il Lenormant, che visitò più volte la nostra terra nel secolo scorso, scrive, infatti, che il cavallaro aveva l'incarico di suonare la campana d'allarme incessantemente, come prima si fosse accorto dell'approssimarsi dei Turchi.

I contadini, che lavoravano nei dintorni, si affrettavano a ricoverarsi ed il ponte levatoio, alzato, impediva ogni comunicazione con l'interno.

Intanto i telegrafi delle maggiori alture della campagna (sistema di avvertimento visibile da lontano, come fumate, indicazioni luminose, ecc.) segnalavano, nella città o nel villaggio più vicino, lo sbarco o il tentativo di sbarco dei Turchi, e le truppe accorrevano per respingerlo o impedirlo.

Le torri di difesa erano bene armate e protette da mura robuste, di circa metri due di spessore, e da gran numero di soldati. C'erano poi le torri guardiole che, poste sulla parte alta della collina, assolvevano il compito di mettere in comunicazione le torri del piano con i paesi della zona circostante.

A questo proposito si potrebbe tener presente la guardiola posta sul monte di Licosa, con la evidente funzione di segnalare il pericolo tra le torri dislocate sul lido e il Castello dell'Abate.

A custodia delle torri erano i torrieri, scelti tra vecchi invalidi o veterani; gli armigeri, obbligati alla guardia dal terrazzo della torre sul quale era situata una garitta necessaria al riparo degli stessi nelle stagioni rigide.

Alla metà del secolo XVII si fece di tutto perché i torrieri e gli armigeri fossero scelti tra gente che sapesse leggere e scrivere; perciò, gli aspiranti, prima di essere assunti, erano sottoposti ad esame e, solo se idonei, era rilasciata loro una regolare patente.

Nelle torri, poste sulla marina, vi erano pure i rematori, addetti alla feluca di guardia.

Tutto questo personale percepiva un regolare stipendio ed era obbligato a risiedere nella torre o nelle sue vicinanze in modo da essere sempre e immediatamente disponibile in caso di pericolo.

Severe, poi, erano le pene inflitte a coloro che non avessero compiuto scrupolosamente il proprio dovere. Di tale severità fece esperienza il caporale Felice di Lentiscosa il quale, acciò sia visto et gli altri pigliano esempio, fu legato e appeso per due ore per mala guardia alla torre del Capo di Camerota.

A causa delle spese eccessive da sostenere per il mantenimento del personale addetto alla guardia e alla difesa delle torri, nell'anno 1722 fu abolita la carica di torriere e, in sua sostituzione, furono chiamati i militari della fanteria. Ad essi, in caso di assalto, avrebbero portato aiuto i semplici cittadini, pena la galera.


Ogliastro Marina - Torre tra i pini

Torre tra i pini presso Ogliastro Marina



Come abbiamo detto sopra, le torri, costruite con l'ordine della Regia Corte, erano a forma quadrata, con lato di circa metri 10 di lunghezza e 20 di altezza; scarpate scendevano dal cordone in giù, mentre tutto intorno erano le caditoie.

Le torri di difesa erano fornite anche di ponte levatoio in legno.

Il materiale da costruzione era reperito in loco e, non rare volte, esso, con grave danno per le città antiche, fu tratto dalle loro rovine, come può attestarsi per Velia.

Sulle mura, che guardavano il mare, si trovavano due feritoie, una per piano, fatte a misura per la canna degli archibugi.

In genere, le torri a forma quadrata erano a tre piani: il piano terra, coperto a volta a botte, era adibito a magazzino e ad alloggio dei cavalli; il primo piano, anch'esso coperto a volta, era destinato agli alloggi delle guardie; il terzo piano, generalmente coperto a coppi di terracotta, era riservato alla batteria.

Al secondo piano trovava posto la colubrina, o lunga bombarda, oltre a due petriere (catapulte per il lancio delle pietre) e altri mezzi di artiglieria di piccolo calibro.

Non erano assenti i fornelli per le fumate in caso di allarme.

I tre piani erano collegati mediante scalette interne. Il primo piano, nelle torri di difesa, veniva chiuso dal sollevamento del ponte levatoio, che lasciava dietro un vuoto di circa tre metri di profondità.

Il pavimento era in cotto o a calce battuta.

Piccole finestre, per dar luce all'interno, erano praticate sul piano elevato e sul secondo. Le porte della stalla erano rivestite, all'esterno, da solida lamiera, fissata, al legno, con grandi chiodi. Non mancava il pozzo o la cisterna, che si alimentavano quasi sempre di acqua piovana; vi erano pure gli abbeveratoi per i cavalli.

Forse la costruzione di tutte le torri costiere fu compiuta nel secolo XVIII, quando cioè la loro funzione era divenuta inutile.

Nel 1748, nel Principato Citra, si trovavano 93 torri costiere, facenti parte delle 379 costruite in tutto il Regno.

Ma già nel 1720, alcune di esse, cessato il pericolo barbaresco, erano state cedute, per cento ducati l'una, a singoli privati.

Nel 1827 ne esistevano 359, molte delle quali erano cadenti.

Le torri, con il passar del tempo, furono demolite, ricostruite o spostate.

Dal computo che abbiamo fatto, in base ad elementi trovati in loco e tenendo presenti i documenti dell'Archivio di Stato di Napoli e le carte geografiche dei secoli XVIII e XIX, le torri poste lungo la costa cilentana furono in numero di 57 circa.

Velia - Torre costiera
Torre sull'acropoli di Velia



Col tempo, come capita per tutte le cose di questo mondo, le torri, resesi inutili allo scopo per cui, tra tante polemiche, erano sorte, furono disarmate, poi abbandonate e, dopo tanti anni, ridotte ormai in ruderi; in dipendenza delle leggi 21 agosto 1862, n. 793, e 24 novembre 1864, n. 2006, mediante la Società Anonima per la vendita dei beni del Regno d'Italia, furono cedute, dietro pagamento, a privati cittadini.

Nel secolo scorso, in una memoria di L. Pagano, si legge: Ora quasi tutte le torri, alcune già dirute, altre diroccate e distrutte, restano come una memoria storica ed un avanzo di antichità monumentale. Progressi moderni le hanno fatte abbandonare per sempre, come avvisi e segnale dei nemici.

E lo scrittore e pittore inglese, A.J. Strutt, viaggiando a piedi per il Cilento costiero, da Licosa il 16 maggio 1838 così scrisse: La costa è, o piuttosto era, difesa da torri, poste a brevi distanze l'una dall'altra. Esse, molto pittoresche, sono ora tutte in rovina, alcune sulle alture, altre su piccoli promontori.

Alcune di esse, come quelle di Agropoli e di Licosa furono utilizzate anche durante la Repubblica Partenopea e dopo la Restaurazione del Regno.

Le stesse servirono, in seguito, come nascondiglio di armi e di cospiratori cilentani negli infocati moti che seguirono ai capovolgimenti politici della prima metà del secolo XIX.

Furono, come scrive il Moscati, anche luogo di appuntamento per il contrabbando, essendo esse poste fuori dell'abitato, in luogo per lo più deserto e sulla costa, ed anche come cordone sanitario contro la peste, che infierì violentemente nel Regno di Napoli nell'anno 1656.

Altre, nell'ultima guerra mondiale, vennero adibite ad appostamento di soldati italiani e tedeschi. Fu in queste torri che l'inaspettato e tragico annunzio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 colse gli uni e gli altri; armistizio che tramutò Italiani e Tedeschi da amici in nemici.

Oggi, soltanto alcune delle torri mostrano quasi intatta la loro struttura, di altre restano solo alcune tracce; molte sono state ristrutturate per civili abitazioni.

A cura di Mario Vassalluzzo

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